Mostro di Firenze - Processo Pacciani: le perizie balistiche - parte 4: la perizia Mei

di Enrico Manieri - Henry62

- La perizia Mei -


Questa perizia venne affidata a dott. Giancarlo Mei dal magistrato dott. Valerio Lombardo in data 6 giugno 1992 e riguarda alcuni accertamenti di natura strutturale e microanalitica sulla cartuccia corpo di reato n.55357 e sul terreno in cui è stata trovata.
Lo scopo della perizia è di effettuare degli esami in modo da definire esattamente lo stato della cartuccia; “in particolare si richiedeva di individuare l’entità di fenomeni corrosivi connessi con l’interramento del proiettile stesso ed un’indicazione di massima del periodo di tempo di permanenza nel terreno.”.
Delle tre perizie che abbiamo considerato questa del dott. Mei è sicuramente la più scientifica, nel senso che viene fin da principio adottato un metodo rigoroso di descrizione dei reperti sottoposti ad indagine, della strumentazione adottata, dei risultati conseguiti e della letteratura tecnica che supporta le affermazioni del perito.
Comunque ciò non significa che anche in questo caso non si possano fare alcune osservazioni, del resto sollecitate dallo stesso Mei nei ripetuti e cordiali contatti telefonici avuti.
La posizione del perito, riteniamo bene sottolinearlo, è esemplare: non appena appreso che ci saremmo interessati della vicenda ha dato la sua disponibilità per fornire ogni chiarimento ritenessimo necessario, nonché la documentazione fotografica che correda l’articolo.
Vediamo quali sono i reperti sottoposti a perizia:
“I campioni in oggetto sono stati consegnati al Dr. Giancarlo Mei in due riprese successive: nella prima, durante la riunione del 6 giugno presso il G.I.P., alcuni campioni di terreno prelevati al momento del rinvenimento del bossolo, nella seconda, il 26 settembre, presso l’abitazione del Generale Spampinato, n.1 bossolo calibro .22L.R. Winchester, serie H, standard, rinvenuto presso l’orto del sig. Pietro Pacciani (reperto 55357), assieme ad un altro bossolo similare, nuovo per confronto.”.
- Proiettile di confronto -

 
Subito due osservazioni che riteniamo importanti per sottolineare, con la prima, la posizione del perito nei confronti dell’imputato, con la seconda una prima constatazione tecnica.
Per il dott. Mei l’imputato è il “sig. Pietro Pacciani”, non il Pacciani o il Vampa (soprannome dello stesso Pacciani), persona imputata di orribili delitti ma in quel momento non ancora riconosciuta colpevole; in secondo luogo il perito, già nella descrizione iniziale dei reperti parla di bossolo e non di cartuccia.
Data la competenza della persona, riteniamo che l’uso della parola bossolo non possa essere assolutamente inteso come sinonimo di cartuccia.

Gli esami vengono svolti presso i reparti Strutturistica e Corrosione del Centro Ricerche EM-LMI di Fornaci di Barga, in provincia di Lucca, diretto dallo stesso dott. Mei.
Sui piccoli campioni di terreno prelevato dall’orto del Pacciani viene fatta la determinazione del valore del pH, secondo le normative vigenti pubblicate sul Supplemento alla Gazzetta Ufficiale n.121 del 25/05/1992 (DM11/5/92 n.79 “Approvazione dei metodi ufficiali di analisi chimica del suolo”), mentre sul bossolo si procede all’analisi visiva con stereomicroscopio e quindi all’analisi strutturale con microscopio a scansione, seguita da esame microanalitico con microsonda E.D.S. (Energy Dispersive Spectrometer).

Il pH determinato risulta essere compreso fra 7,1 e 8,20 e quindi il terreno può essere considerato debolmente alcalino (pH=7 ambiente neutro; pH minore di 7: ambiente acido; pH maggiore di 7: ambiente alcalino o basico).

Il bossolo evidenzia due tipologie di zone, così definite:

“Tipo “A” – zone con superficie liscia, esenti da corrosione, caratterizzate dalla presenza sporadica di graffi.
Topo “B” – zone con superficie spugnosa di aspetto ossidato, disposte casualmente sulla superficie esaminata con particolare densità in corrispondenza del fondello.”.

L’analisi chimica rileva che la matrice del bossolo in ottone è costituita da una lega di rame e zinco con percentuali rispettive di Cu 70% e Zn 30% (rame 70%; zinco 30%, n.d.r.).


Questo tipo di composizione è quella che garantisce le migliori caratteristiche meccaniche dell’ottone, per cui viene normalmente utilizzata per la realizzazione dei bossoli delle armi da fuoco.
Le zone ossidate, dello spessore medio compreso fra 0,5 e 2 micron, ricche di rame e depauperate del contenuto di zinco, assumono visivamente una colorazione rossastra anziché giallo oro come nel resto dell’ottone.


Vediamo come avviene il fenomeno della corrosione dell’ottone, in particolare nel caso della dealligazione dello zinco.

Negli ottoni con contenuto in zinco superiore al 15% si manifesta una particolare forma di corrosione, definita per dealligazione, che nel caso specifico dell’ottone viene chiamata dezincificazione.
Spulciando negli appunti delle lezioni di Metallurgia tenuteci dal compianto prof. Sinigaglia, esperto di problemi corrosionistici e docente al Politecnico di Milano, il meccanismo di questo fenomeno viene spiegato attraverso due diverse teorie, che illustriamo brevemente per far capire il nocciolo del problema.

La prima teoria ipotizza che il solo zinco venga disciolto lasciando delle lacune all’interno della struttura dell’ottone: in questo modo il processo di corrosione sarebbe estremamente lento, man mano che ci si addentra nella massa dell’ottone, in virtù delle difficoltà che incontrerebbero gli ioni a diffondersi in soluzione attraverso un vero e proprio labirinto di lacune.

La seconda teoria, ritenuta più realistica ed accettata ormai comunemente, ipotizza che sia l’ottone ad essere disciolto, liberando contemporaneamente in soluzione sia il rame che lo zinco: mentre il rame, più nobile, si rideposita sull’ottone, lo zinco resta in soluzione e viene disperso.
In questo modo si giustifica egregiamente sia l’arricchimento della lega nel contenuto in rame, sia l’aspetto spugnoso che le zone corrose assumono, chiaramente visibile anche dalla documentazione fotografica a corredo.


In effetti gli esami fatti sul bossolo hanno individuato nelle zone corrose una presenza di rame fino al 93%, contro il 70% della matrice.
Lo zinco viene corroso lentamente in acqua pura, grazie alla riduzione ionica della molecola H2O in idrogeno e ione idrossido OH-, per cui ne consegue che il fenomeno della corrosione può avvenire anche in assenza di ossigeno ma in presenza di acqua.

La presenza dell’ossigeno agisce da acceleratore del fenomeno ed in questo caso il rame trovato sull’ottone compare in parte sotto forma di ossido di rame, la cui quantità è un indice della presenza o meno dell’ossigeno.


I metodi per contenere l’entità del fenomeno sono sostanzialmente tre:

  1. agire sulla presenza di ossigeno, eliminandone il più possibile (situazione quasi mai possibile nella pratica quotidiana);
  2. intervenire sulla composizione dell’ottone introducendo degli elementi inibitori del fenomeno (piccole percentuali di alluminio, arsenico, antimonio o fosforo possono ridurre a zeo la dezincificazione);
  3. proteggere catodicamente l’ottone.
Consideriamo ora la natura del terreno, di cui conosciamo il solo pH.
Quello che comunemente chiamiamo terreno è in realtà un sistema molto più complesso, costituito:
  • da una fase solida, più o meno dispersa in aggregati di dimensioni diverse,
  • da una fase liquida costituita dall’umidità del terreno (mezzo disperdente) e
  • dalla fase gassosa (aria tellurica), costituita dall’atmosfera che permea nel terreno e dai gas liberati in seguito a reazioni chimiche o biologiche.
Parliamo di corrosività del terreno per indicare l’azione del sistema nei confronti dei metalli, di aggressività del terreno per indicare l’azione del sistema nei confronti dei materiali non metallici.
La valutazione della corrosività di un terreno è un argomento delicato ma che deve essere affrontato per poter inquadrare il problema della corrosione della cartuccia Pacciani.

Esistono due metodi per verificare la corrosività di un terreno, uno diretto (seppellendo sul posto dei provini) ed uno indiretto, mediante l’analisi chimico-fisica dei campioni.
Nella perizia in oggetto non possiamo che avere la seconda possibilità.
In ogni caso le valutazioni non possono non risentire del momento in cui vengono effettuate, essendo il terreno un sistema in continuo cambiamento.

I metodi scientificamente accettati per studiare la corrosività di un terreno, ben noti in letteratura tecnica, fanno riferimento a numerose grandezze caratteristiche misurabili sperimentalmente (resistività, pH, potenziale redox, natura del terreno, tenore di ioni cloruro e di carbonati, curve resistività-umidità solo per citarne alcune), che intervengono come parametri di un’unica grande espressione: un solo metodo usa un solo valore per misurare la corrosività, ed è il metodo di Scott, che utilizza il valore della resistività.
Inoltre, tutti i metodi di cui sopra, non essendo ancora sufficientemente certificati sperimentalmente, non sono affatto correlabili quantitativamente con la velocità di corrosione.

Tutto ciò per dimostrare come la misura del solo pH, sebbene eseguita dal perito secondo le regole, non abbia scientificamente alcun valore per definire le caratteristiche del terreno ai fini di accertarne la capacità di corrosione e soprattutto non consente alcuna specifica conclusione.

Il perito, come vediamo nelle sue conclusioni, è conscio di questo limite, che non è da ascrivere a lui ma all’esiguità del materiale a disposizione per le prove.
Egli infatti dichiara:

”Per quanto concerne la previsione di massima del tempo di permanenza di un generico ottone nel terreno, sarebbe necessario, oltre al valore della reazione (pH) del terreno, tener presente i seguenti parametri:
a – grado di aerazione del terreno;
b – valori di conducibilità del terreno in prossimità del proiettile;
c – fenomeni biologici che possono modificare la velocità di corrosione.
Nel caso in esame inoltre la situazione è complicata dalla locazione in cui è stato rinvenuto il reperto: infatti dalla registrazione video relativa al ritrovamento del proiettile presso l’abitazione del sig. Pacciani, si evince che il proiettile si trovava in una cavità di un paletto in cemento per usi agricoli, riempita di terra.
Ciò potrebbe portare a delle modificazioni dei parametri corrosionistici fondamentali quali il grado di aerazione, l’umidità e i fenomeni biologici.
Da dati riportati in letteratura sulla corrosione di ottoni interrati (3,5), si ricava tuttavia che per un tempo di permanenza di cinque anni, per qualsiasi tipo di terreno, la profondità di penetrazione del fenomeno di dezincificazione è superiore di almeno un ordine di grandezza rispetto a quella misurata per il reperto 55357.
Sulla base di quanto sopra riteniamo pertanto ragionevole affermare che il reperto 55357 è rimasto interrato per un periodo non superiore a cinque anni.”.



Quanto pesi nel dibattimento questa conclusione lo abbiamo già visto nell’ordine di custodia cautelare, in particolare nella frase “sulla base della natura del terreno e tenuto conto dei fenomeni corrosivi rilevati sulla cartuccia sequestrata a Pacciani”: sulla natura del terreno, esplicitamente nominata, non è stato possibile fare alcun tipo di accertamento.



Dato che criticare è facile e può sembrare anche poco costruttivo, ci permettiamo di suggerire un argomento, che secondo noi merita approfondimento e che, per le possibilità di conclusioni cui potrebbe portare, potrebbe risultare di fondamentale importanza.
Quando due metalli diversi, caratterizzati quindi da diverso potenziale, sono messi elettricamente a contatto nasce una pila.

Ciò significa che il metallo meno nobile funge da anodo, rispetto al secondo che funge da catodo.

In parole povere il primo viene corroso, mentre il secondo risulta protetto (protezione catodica).

In una ricerca del prof. Mario Arpaia dell’Università di Napoli (“La corrosività e l’aggressività dei terreni”, in P. Pedeferri “Corrosione e protezione di strutture metalliche e in cemento armato negli ambienti naturali”, ed. CLUP) si afferma che la sola presenza nel sistema terreno delle tre fasi prima descritte (quindi di una dinamica eterogeneità) è di per sé sufficiente per garantire la formazione di pile di corrosione anche sul metallo più puro.



Nel nostro caso non siamo in presenza di “un generico ottone nel terreno”, ma di due metalli, ottone del bossolo e piombo della palla, in contatto elettrico.

Se ne deduce che le probabilità che da questo contatto nasca una pila sono elevatissime.

Il problema è vedere allora quale dei due metalli funge da anodo sacrifiziale per proteggere il catodo.
Si corrode il piombo, proteggendo l’ottone, o viceversa?
Altra domanda che ci poniamo: dalla lettura delle perizie e del libro di Perugini appare chiaro che la cartuccia interrata era racchiusa in una nicchia, piena di terra, di un palo in cemento (con anima metallica in ferro, ricordiamocelo), piantato nell’orto del Pacciani.
I pali erano otto ma uno solo, quello che contiene la cartuccia, nell’operazione di sradicamento si rompe.

Ciò significa che anche il ferro dell’armatura, probabilmente, si è corroso e data l’intima vicinanza, se non contatto, fra reperto e armatura, chi può assicurare che questo fenomeno non abbia interferito sulla corrosione dell’ottone?

La presenza di acqua, poi, avrebbe comunque consentito una continuità elettrica al contatto fra i diversi metalli.
Supposizioni, è vero, ma molto suggestive.


Il fatto certo è che fra ottone e piombo c’è contatto elettrico, per cui le conclusioni del perito relative agli ottoni interrati potrebbero essere anche pesantemente stravolte.

Abbiamo cercato di andare oltre e di verificare se in letteratura esistesse qualche cenno relativo al comportamento di ottone e piombo in contatto elettrico.

Sul "Manuale di Chimica" del Lange, edito dalla UTET Edizioni Scientifiche proprio a Firenze, a pag.1379 abbiamo trovato una tabella, che si rifà a Le Que e Cox, Proc. Armer.Soc. forTesting Materials, in cui i metalli e le loro leghe sono divisi per gruppi, in modo tale che ciascun componente di un gruppo si corrode se messo in contatto elettrico con un componente dei gruppi seguenti (che quindi risultano protetti catodicamente); ebbene il ferro si trova nel sesto gruppo, il piombo nel dodicesimo e gli ottoni nel quindicesimo (insieme al rame, che abbiamo visto essere più nobile dello zinco – che per inciso si trovanel secondo gruppo).

Se ne deduce quindi che il piombo protegge catodicamente l’ottone ed a supporto di questa possibilità avremmo anche la constatazione del perito che le zone corrose del bossolo si concentrano proprio presso il fondello, cioè nel punto più lontano dal contatto col piombo e che quindi risente ancora, ma in minor misura, della protezione catodica.

Se così fosse, allora il periodo di tempo di interramento della cartuccia Pacciani indicato dal perito sarebbe inesorabilmente errato per difetto.


Il problema, a questo punto, è di verificare il comportamento del piombo all’ossidazione.
In particolare sapere se il processo corrosivo prosegue dopo la fase iniziale o se si ha un fenomeno di passivazione (lo straterello di superficie ossidata inibisce il proseguimento della corrosione).

Un riferimento interessante, che potrebbe fornire qualche informazione al proposito, è stato reperito negli atti della giornata di studio su “Le reti di acquedotto: problemi di corrosione, protezione e risanamento, Università di Trento – Facoltà di Ingegneria, Mesiano di Povo (TN), 25 febbraio 1994”, organizzato dall’Università di Trento e dall’Associazione per la Protezione dalle Corrosioni Elettrolitiche (APCE) Comitato Tecnico Territoriale Triveneto – Venezia.

A proposito del piombo e parlando di acquedotti, si legge: “La contaminazione da piombo proviene evidentemente, dalla solubilità del piombo, per effetto della sua ossidazione a carbonato di piombo.” e ancora: “Altre contaminazioni da piombo possono intervenire da prodotti di saldatura o da giunzioni con ottone”, per cui parrebbe che in caso di giunzione fra piombo e ottone non si abbia passivazione.


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