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Raccolta di documentazione
e analisi dei delitti del
"Mostro di Firenze"


a cura di
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Enrico Manieri - Henry62
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Consulente Tecnico di Parte per la difesa
nel processo d'Appello contro Pietro Pacciani
- Corte d'Assise d'Appello - Firenze 1996 -
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visitate anche gli altri blog tecnici di Henry62:

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Dossier "Processo Pacciani: le perizie balistiche"

di Enrico Manieri - Henry62




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- DOSSIER "PROCESSO PACCIANI: LE PERIZIE BALISTICHE" -

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Il profilo del F.B.I. - parte 1°
"Vittimologia" e "Risultanze mediche"

traduzione a cura di Enrico Manieri - Henry62


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Prepared by Special Agents (SA)
John T. Dunn, Jr., John Galindo, Mary Ellen O'Toole,
Fernando M. Rivera,Richard Robley and Charles Wagner
in consultation with
Special Agent (SSA) Ronald Walker and other members of the NCAVC.


- Victimology -

The limited victim background data available for the construction of this analysis did not indicate that any of the victims of this series of homicides could be considered to have been and particularly high risk for potential violent criminalization.
Although all victims were apparently engaged in activities that might be considered risky, i.e. sexual activity at known "lover's lanes" or camp grounds during hours of darkness, the demographics of the surrounding area as well as the absence of information suggesting that these areas are considered high-crime areas, would suggest that these victims could be considered low-risk.
As low-risk victims, it is not likely that they were particularly targeted for assault by the offender, but were simply victims of opportunity who were randomly available to him at the time and place he chose to engage in his assaults.
It is not probable that the offender knew or was personally acquainted w/ any of the victims. Rather, they were strangers to him and became victims simply b/c they were available to him when he chose the site for his attacks.
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Preparato dagli Agenti Speciali (SA)
John T. Dunn, Jr., John Galindo, Mary Ellen O'Toole,
Fernando M. Rivera,Richard Robley e Charles Wagner
con la consulenza dell'Agente Speciale (SSA) Ronald Walker

e di altri membri del NCAVC.
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- Vittimologia -


La limitata quantità di dati di contesto relativi alle vittime, disponibili per la costruzione di questa analisi, indica che nessuna delle vittime di questa serie di omicidi possa essere considerata particolarmente ad alto rischio per atti di criminalità potenzialmente violenti.
Nonostante tutte le vittime fossero apparentemente occupate in attività che potrebbero essere considerate rischiose, cioè attività sessuali in zone conosciute per appartarsi o in campeggi durante le ore di oscurità, le statistiche demografiche delle aree circostanti e l’assenza di informazioni che possano suggerire che queste aree fossero da considerare aree ad alto grado di criminalità, suggerirebbero che queste vittime possano essere considerate a basso rischio.
In quanto vittime a basso rischio, non è verosimile che esse fossero particolare obiettivo di un attacco da parte di un aggressore, ma che esse fossero semplicemente vittime dell’occasione di essere casualmente disponibili all’aggressore nel momento e nel posto che lui scelse per portare i suoi attacchi.
Non è probabile che l’aggressore conoscesse o fosse personalmente in contatto con alcuna delle vittime.
Piuttosto, le vittime gli erano sconosciute e divennero vittime semplicemente perché erano a lui disponibili quando scelse il luogo per i suoi attacchi.
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- M.E. report -

The autopsy reports for these eight incidents indicate that the assailant, in all but three cases, resorted to multiple attacks on his victims, using a firearm and at least one bladed weapon.
The female victims of incidents #1 and #6 escaped post-mortem mutilation for varying reasons:
  • the presence of a child in the victims vehicle in incident #1 may have inhibited the assailant and the fact that the victims of one incident were able to flee the immediate assault site precluded the offender from following through w/ his typical mutilation.
  • Incident #6 involves a homosexual couple, and will be addressed in later portions of this report.

It is significant to report that the assailant used multiple weapons in virtually all his attacks, and that his use of a knife, scalpel or other bladed instrument involved stabbing, slashing, as well as the cutting away of many of his female victim's breasts and vaginal/pubic areas.
The significance of the nature, pattern and distribution of these injuries will be fully addressed in subsequent portions of this analysis.
As a result of the unavailability of other forensic reports (toxicology/serology), no further comment can be made regarding these areas.
It is noted that none of the victims bear evidence of sexual penetration by the assailant.
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- Risultanze mediche -
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I verbali di autopsia per questi otto casi indicano che l’assalitore, in tutti tranne che in tre casi, ricorse ad attacchi multipli ai danni delle sue vittime, utilizzando un’arma da fuoco e almeno un’arma bianca.
Le vittime femminili dei casi #1 e #6 scamparono alla mutilazione post-mortem per diverse ragioni:

  • la presenza di un bambino nel veicolo delle vittime nel caso #1 potrebbe avere inibito l’assalitore e il fatto che le vittime di un caso fossero in grado di scappare dal luogo del primo attacco impedì all’aggressore di proseguire con la sua tipica mutilazione;
  • il caso #6 coinvolge una coppia omosessuale, e sarà trattato successivamente in altre parti di questo documento.


E’ significativo riportare che l’assalitore utilizzò più armi in virtualmente tutte le sue aggressioni e il suo uso di un coltello, bisturi o altro strumento affilato, comportò l’azione di pugnalare, squarciare, così come di asportare, molti dei seni e delle aree pubico-vaginali delle sue vittime femminili.
Il significato della natura, della tipologia e distribuzione di queste ferite sarà pienamente trattato in sezioni seguenti di questa analisi.
Come risultato della indisponibilità di altri verbali di esami forensi (tossicologia / sierologia), nessun ulteriore commento può essere fatto a riguardo di queste aree.
E' da notare come nessuna delle vittime riportasse evidenze di penetrazione sessuale da parte dell’assalitore.




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- DOSSIER: "PROFILO FBI DEL MOSTRO DI FIRENZE" -
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Processo Pacciani: "Mercatale Un sogno di fatascienza 10/4/1985"

di Enrico Manieri - Henry62


Fra gli oggetti sequestrati a casa di Pacciani nelle perquisizioni del giugno 1990, particolare interesse per l'accusa aveva un quadro; il dipinto era stato notato anche da una testimone oculare quando era ancora appeso nel piccolo appartamentino da affittare che Pacciani aveva ristrutturato, con l'aiuto delle figlie, in Via Sonnino.
La testimone faceva parte di un gruppo musicale di giovani che affittarono l'appartamento per avere un locale in cui fare le proprie prove musicali.
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Una volta affittato l'appartamento, Pacciani sgombrò le proprie cose e portò via anche questo quadro, che appese, con altri fatti da lui, nell'altro appartamentino di Via Sonnino da lui occupato.
In quel periodo Pacciani abitava con moglie e figlie nella casa di Piazza del Popolo, in centro a Mercatale.
La casa di Piazza del Popolo, col relativo garage, in cui era conservato il motorino col serbatoio a goccia e l'automobile Ford Fiesta di colore bianco ghiaccio con modanature laterali rosse e blu, acquistata nuova dal Pacciani nel 1983, sarà poi intestata alla figlia Rosanna.
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Questo sgrammaticato e inquietante "Sogno di fatascienza", dominato dalla figura centrale del Generale della Morte, catturò immediatamente l'attenzione degli investigatori, al punto che nel rapporto steso il 9 luglio 1991 dal dott. Perugini, capo della S.A.M. - la Squadra Anti Mostro della Questura di Firenze - per l'autorità giudiziaria, stando a ciò che scrive Giuseppe Alessandri a pagina 287 del suo libro “La leggenda del Vampa” (edito da Loggia de' Lanzi, Firenze, novembre 1995) :
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"il commissario Perugini sottolineava inoltre come lo stesso Sogno di fantascienza raffigurasse alla perfezione quelle aberrazioni sadico-feticistiche che costituivano indubbiamente la quintessenza dei crimini dell'assassino delle coppiette".
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Perugini, nel suo libro "La caccia al Mostro di Firenze - Un uomo abbastanza normale", (Arnoldo Mondadori Editore, 1994) a pagina 222 scrive:
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"1 gennaio 1992.
Andato da P.P. (Pietro Pacciani, n.d.r.) per consegnargli copia del verbale di sequestro.
Mi dice che il quadro che ha preso da ... nella ditta di Calenzano era in bianco e nero e che lui si è limitato a colorarlo.
Io non glielo avevo chiesto, si vede che quel dipinto è proprio diventato un cruccio per lui.
So già che quello che mi ha raccontato è una menzogna; la persona che secondo lui gli avrebbe dato il quadro ha detto che non gli sarebbe neanche passato per il cervello di appendere qualcosa del genere nella sua ditta.
Non stento a credergli, gli avrebbe fatto scappare gli operai.
Comunque non si tratta di una stampa, lo so, l'ho fatto radiografare.
E poi che importanza ha se lo ha fatto lui o lo ha soltanto colorato?
Quello che è certo è che se n'è appropriato, gli ha apportato le modifiche che ha voluto, lo ha firmato e se lo è appeso in casa.
Quali emozioni susciti in lui lo può sapere soltanto chi riesca a leggerlo con i suoi stessi occhi.
Io posso tutt'al più continuare a chiedermi perchè abbia tracciato quelle sei piccole croci, lì in basso, sotto la figura centrale: un centauro vestito da generale, per metà cadavere e per metà vacca, che brandisce la sciabola.
Se è per questo continuo anche a chiedermi perchè alla vacca sia stata cancellata una mammella.
Si vede che gli piaceva di più così, mica tutti abbiamo gli stessi gusti.
E poi lui ce l'ha l'abitudine di ritoccare le immagini, forse seguendo un particolare pensiero."
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Vista allora l'importanza per l'accusa di questo indizio, si sottopose il dipinto sequestrato a perizia criminologica, oltre che ad una rapida consulenza tecnica sulla sua realizzazione.
Non stupitevi se le chiavi di lettura cambiano, così come gli stessi soggetti rappresentati nel disegno cambiano sesso e appartenenza: la vacca con una sola mammella di Perugini diventa per De Fazio un toro, simbolo di violenza, le stelle avranno il significato simbolico di croci uncinate, il cappello militare del generale diventa "nazista"...
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Di seguito propongo l'analisi fatta dal criminologo professor De Fazio sul quadro “Mercatale Un sogno di fatascienza 10/4/1985” (sic) quando ancora era erroneamente attribuito al Pacciani, così come riportata da Giuseppe Alessandri a pagina 274 e seguente del suo libro:

“Nel quadro l'elemento che colpisce con maggior forza è quello della violenza, espressa sia dai temi (il toro, il cappello nazista, le armi, la morte, ecc.), sia dal colore (in prevalenza giallo e rosso, colori con i quali il Pacciani riverniciò il ciclomotore, il primo simbolico di violenza, il secondo di violenza agita o esperita).

Questa violenza 'inaudita' sembra trovare espressione soprattutto nella sessualità: si rinvengono infatti rappresentazioni falliche molto realistiche (la mano nel quadrante superiore destro) che danno la possibilità di interpretare in tal senso anche quelle simboliche (le corna, la freccia, l'arma, la sega, il serpente).

Il serpente, come simbolo maschile, la cui lingua si scatena su una sessualità ermafrodita (toro con sesso femminile), è poi direttamente ricollegato alla morte (il teschio con la mandibola): sta cioè a significare una sessualità che uccide, sadica e violenta.

Quanto all'aggressività, si tratta di un'aggressività sessuale agita, e non solo pensata: lo si vede dalla tratteggiatura/scia, a partenza dalla spada e poi dalla mano, indicativa del movimento.

L'iterazione di questo doppio tratteggio/scia potrebbe avere il significato di una identità sul piano simbolico: per la figura maschile sadico-aggressiva ('Il militare'), infilzare con la spada o compiere l'atto sessuale assume identico significato; si tratta cioè di una rappresentazione fallica interata che produce effetti di morte, confermando la presenza di una sessualità che uccide (commistione tra sessualità e violenza, il piacere agito attraverso la violenza).

Un altro tema caratteristico e ricorrente del quadro è quello della morte: simbolizzata dalle mummie, ma anche da altri disegni, quali le stelle e le croci: la stella richiama infatti, sul piano simbolico, la svastica, ed ha lo stesso significato della croce, anche uno dei buchi di fuga ha la forma di una croce.

La morte sembra così la conclusione di una sessualità violenta, distruttiva ed eliminatrice (il gabinetto).
Il quadro propone inoltre altri elementi di indubbio interesse, ma che appare difficile analizzare ad una lettura superficiale:
  1. l'aspetto confusivo fra la sessualità maschile e femminile;
  2. le scarpe con i lacci enormi e lo stivale con lo sperone, elementi tutti che rimandano alla letteratura sadomasochistica ed in parte a quella feticista (la scarpa);
  3. i buchi che potrebbero rimandare anche ad aspetti voyeuristici;
  4. l'aspetto contaminato della figura centrale – ad un tempo maschio, femmina ed animale – che potrebbe rimandare a pratiche perverse su animali;
  5. infine l'elemento iterativo (sei petali, sei croci, sei stelle, sei punte degli ombrelli) che introduce un elemento di sacralità rituale (sacrificale?).

Quanto alle ipotesi diagnostiche il quadro potrebbe suggerire la presenza di una paranoia.

Si tratta di una patologia mentale, caratterizzata da un delirio a lenta evoluzione, coerente e fanatico, che si sviluppa su una personalità egocentrica, diffidente, permalosa, dogmatica, scarsamente socievole; l'intelligenza non é messa in gioco, ma viene utilizzata al servizio del delirio, ed eventualmente alla sua dissimulazione o alla sua difesa.

Ciò che fa pensare alla paranoia è la prospettiva rigorosamente centrica, l'utilizzazione di un simbolismo conscio e coerente, una scelta motivata degli elementi, dei segni e finanche del colore, tutti strumentalizzati in funzione di un messaggio e della propria visione del mondo”

Fortunatamente per l'imputato, si scoprì presto, grazie ai media, che il vero autore del disegno in bianco e nero non era Pacciani, che davvero lo aveva solamente colorato e arricchito di alcuni particolari minori, nemmeno citati nella consulenza ma evidentemente importanti per gli investigatori, ma il pittore e disegnatore cileno Christian Olivares, fuggito dal Cile dopo il golpe che aveva portato al potere il generale Pinochet e che in quel disegno voleva rappresentare gli orrori della dittatura cilena.

Alla luce della vivida e forte interpretazione fornita dal consulente ai magistrati a suo tempo, non ci si può esimere dal chiedere quale sia, in generale, senza riferimento a questo specifico caso, il reale valore scientifico delle consulenze criminologiche.
Su quali criteri basano la loro effettiva affidabilità?
A mio parere su considerazioni statistiche legate a basi dati il più numerose possibile di casi criminali analoghi...ma non possiamo dimenticare che il caso del Mostro di Firenze è per molti aspetti un unicum a livello mondiale!

Con riferimento alla specifica consulenza, tutti coloro che, come me, tifano Ferrari e Ducati, dovrebbero forse un giorno temere un simile giudizio tecnico, visto che il colore rosso, simbolo della passione motoristica italiana, per l'illustre criminologo è espressione di “violenza agita o esperita”?
In che senso il simbolo diffusissimo della stella acquisisce la valenza di svastica?

Se non si fosse scoperto il vero autore del quadro, grazie ad un lettore di un quotidiano che segnalò tempestivamente alla redazione di avere in casa una copia dello stesso disegno, chi avrebbe potuto valutare l'impatto nel corso del dibattimento di una consulenza così particolareggiata, in realtà rivelatasi alla prova dei fatti completamente errata?
Pacciani non era l'autore del quadro ed il pittore Olivares, il vero autore, non può certo riconoscersi nella descrizione fatta dal consulente dell'accusa.
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Una considerazione finale deve essere fatta anche in merito al ruolo dei mass-media nei casi criminali: è indubbio che nella intricata vicenda delle indagini sui delitti del Mostro di Firenze la stampa abbia spesso avuto un ruolo negativo, ma in questo caso, deve essere riconosciuto, è stata determinante per la giustizia, e non va dimenticato.

L'arma da fuoco del "Mostro di Firenze": evidenze contro opinioni

di Enrico Manieri - Henry62

Nell'articolo relativo all'analisi delle perizie balistiche del primo processo Pacciani, a proposito dell'arma utilizzata dal Mostro di Firenze, scrivevo:

"La pistola del Mostro non è mai stata trovata: non è, quindi, possibile effettuare una immediata comparazione fra una cartuccia nuova camerata con questa pistola e il reperto Pacciani.
L’identificazione dell’arma con una Beretta semiautomatica in calibro .22L.R. della serie 70 è stata possibile dall’identità di classe dei bossoli repertati nei vari omicidi, mentre l’unicità dell’arma impiegata è stata riconosciuta da specifiche marcature che questa lascia sui bossoli di risulta.
Il fatto che l’arma possa essere – molto probabilmente – una Beretta della serie 70 restringe il numero di possibili modelli ma non ne identifica uno in particolare, perché nella serie 70 esistono diversi modelli entrati in produzione a partire dal 1958.
La serie 70 fu progettata sostanzialmente per l’uso della cartuccia 7,65 mm Browning, e poi estesa a camerare il .22L.R. e 9 Corto, dato che queste tre cartucce richiedono, mediamente, armi dalle dimensioni assai vicine.
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Le pistole camerate in .22L.R. della serie 70 della Beretta sono sette, denominate con i numeri compresi fra 71 e 76, con l’aggiunta della 70S.
Tutte condividono, con poche varianti di minor conto, la stessa organizzazione meccanica del modello base 71, in pratica la 70 camerata in .22L.R. anziché in 7,65 mm Browning.
La 72 è una variazione della 71, fornita di serie di sue canne intercambiabili di diversa lunghezza (90 e 150 mm); la 75, simile alla precedente,viene fornita con la sola canna da 150 mm; la 73 ha la sola canna da 150 mm ma ha la tacca di mira fissa sulla canna anziché sul carrello come i precedenti modelli; la 74 è simile alla 73 ma ha la tacca di mira regolabile in alzo e derivazione; la 70S ha la canna da 90 mm e modifiche all’impugnatura, mentre la 76 è quella splendida pistola propedeutica al tiro che molti ricorderanno per aver con essa fatto i primi passi nel mondo del tiro a segno sulla canonica distanza dei 25 m, molto diversa nell’aspetto dai modelli precedenti ma che condivide con loro l’organizzazione meccanica base del modello 70."

Ora è venuto il momento di approfondire un po' questo argomento, cercando di fare chiarezza su alcune affermazioni imprecise che si sono sentite ripetere troppo spesso dai media.
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- MARCA E MODELLO DELL'ARMA -

Il primo punto che deve essere chiarito è che l'arma utilizzata dall'assassino per compiere gli otto duplici omicidi sia necessariamente una pistola Beretta della Serie 70.
Non avendo recuperato l'arma, non c'è alcuna evidenza che questa sia effettivamente una Beretta della Serie 70, camerata per la munizione .22 Long Rifle.

Mi rendo conto che questa mia affermazione potrebbe sembrare sconcertante, dopo che per 40 anni si è sempre parlato di una pistola Beretta, ma è necessario affrontare l'analisi delle certezze con la mente sgombra da preconcetti e da deduzioni che potrebbero trarre in inganno.

L'unica certezza è che l'arma del Mostro presenta una compatibilità di classe con più modelli prodotti dalla Beretta nella Serie 70, camerati per la munizione .22 Long Rifle, ma ciò non significa affatto che l'arma debba essere necessariamente una pistola Beretta.

Il fatto che si dica che il Mostro abbia utilizzato una pistola Beretta della Serie 70 è un'ipotesi, non una certezza: cerchiamo di capire su che basi si fonda.

L'identificazione di classe di un'arma utilizzata in un determinato evento criminale è resa possibile dall'analisi delle tracce caratteristiche che gli organi dell'arma lasciano sugli elementi della cartuccia durante le varie fasi in cui la cartuccia viene a contatto con l'arma.

Il contatto fra arma e munizione non deve essere inteso necessariamente come esplosione del colpo nell'arma, ma anche di semplice cameramento in canna e successiva estrazione/espulsione, senza sparo.

Quando un organo in acciaio dell'arma viene a contatto con la munizione, lascia sul metallo più tenero della cartuccia dei segni che consentono di determinare dimensioni e caratteristiche morfologiche e di posizionamento relativo degli organi dell'arma.

Sulla palla esplosa e recuperata in sede di autopsia e/o di sopralluogo, la canna lascia impressi in negativo i segni della rigatura e, all'interno di questi solchi, anche insiemi di fasci di microstrie che possono essere validamente utilizzati per l'identificazione univoca della palla con l'organo dell'arma che ha lasciato quelle tracce.

Attenzione a questa affermazione: molto spesso si sente dire che analizzando le palle si individua l'arma, ma non é sempre detto!

Si individua, in realtà, la canna che ha sparato quel determinato colpo, non necessariamente l'arma.

Pensiamo al caso di due pistole dello stesso modello nella disponibilità di un medesimo soggetto che ne inverta il montaggio delle canne e, compiuto l'omicidio, ripristini la corretta collocazione delle canne: la canna che ha sparato il colpo si troverebbe su due armi diverse durante e dopo l'omicidio.

Analogo discorso, ovviamente, nel caso di un'arma che possa montare canne di diversa lunghezza: è proprio il caso di un modello delle pistole Beretta della Serie 70, che veniva direttamente venduta con due canne intercambiabili di diversa lunghezza.


Sul bossolo della cartuccia vengono invece lasciate delle impronte tipiche dal percussore, dall'estrattore e dall'espulsore, di cui si possono vedere alcuni esempi fotografici in questo articolo.
La posizione reciproca delle impronte, sia in termini angolari che dimensionali, consente di definire i modelli di armi compatibili con i bossoli repertati.

Il fatto che un modello di arma sia compatibile con i bossoli e con le palle repertate non ci fornisce alcuna altra informazione aggiuntiva, se non la possibilità di valutare in termini statistici la probabilità di reperibilità dell'arma fra la popolazione.

Ovviamente le pistole Beretta in Italia erano e sono diffusissime, quindi è molto probabile che l'arma del Mostro possa essere effettivamente una Beretta, ma non possiamo dirci assolutamente certi di questa affermazione.

In assenza dell'arma da analizzare, viene a mancare del tutto la possibilità di effettuare comparazioni fra i reperti rinvenuti sulla scena dei duplici omicidi con i proiettili esplosi dall'arma da verificare, essendo questo l'unico tipo di test che ci potrebbe consentire di giungere alla certezza dell'identificazione univoca dell'arma impiegata nei delitti.

Ogni volta che si assume per certo un evento che è invece solo probabile, e tale asserzione viene usata come criterio di discriminazione, si potrebbe correre il grave rischio di escludere il colpevole dalla rosa dei sospettati.

- IL NUMERO DI COLPI REPERTATI E' UN PARAMETRO UTILE? -

Un secondo aspetto che ogni tanto riecheggia nella vicenda criminale degli omicidi del Mostro di Firenze é l'ipotesi che potrebbero essere state utilizzate due diverse armi da fuoco per compiere gli omicidi.

E' evidente l'importanza di questa ipotesi ai fini delle indagini investigative.

L'unica possibilità per avere la certezza che esistano due diverse armi, non avendo mai rinvenuto alcuna arma, è che esistano almeno due palle o due bossoli repertati sulle scene dei delitti che presentino caratteristiche realmente incompatibili con l'origine da un'unica arma, come per esempio munizioni diverse ed incompatibili fra loro, impronte di rigature con un numero diverso di principi, impronte sul fondello aventi angoli completamente diversi fra le tracce del percussore, dell'estrattore e dell'espulsore.

La semplice presenza di munizionamento differente potrebbe non essere sufficiente per affermare l'esistenza di armi diverse, perchè alcuni tipi di munizioni, di derivazione molto stretta, possono essere comunque utilizzate, con minore precisione ed efficacia, in armi camerate per un calibro diverso (per esempio munizioni in calibro 9 Parabellum potrebbero essere sparate in armi camerate per la munizione 9 x 21, ma non viceversa) e addirittura ci sono stati casi in cui palle calibro 7,65 mm sono state sparate in canne camerate per il calibro 9 Corto.
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Il numero di colpi sparato sulla scena del delitto, tranne casi particolari, non può essere un elemento valido per identificare un modello di pistola, soprattutto se la pistola è a ripetizione semiautomatica.
Le pistole semiautomatiche utilizzano dei caricatori lineari sostituibili, la cui capacità è stabilita in sede di progetto e che, secondo la legge italiana, non può essere modificata per aumentare il numero di cartucce contenute.
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caricatore a 8 colpi .22 LR per Beretta Serie 70
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caricatore a 10 colpi .22 LR per Beretta Serie 70
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Nel caso delle pistole Beretta Serie 70 in calibro .22 Long Rifle, è appena il caso di segnalare che i modelli 70S, 71 (sia con canna da 90 mm che da 150 mm), 72 e 75 hanno caricatore da 8 colpi, mentre i modelli 73, 74 e 76 sono stati progettati con caricatore da 10 colpi.
E' bene ricordare che, solitamente, è possibile caricare almeno una cartuccia in più nel caricatore, forzando la compressione della molla o ricorrendo a piccole modifiche (vietate però per legge!).
Volendo aumentare l'autonomia di fuoco dell'arma, la procedura corretta è quella di caricare il colpo in canna, mettere l'arma in sicura e rifornire il caricatore di una ulteriore cartuccia in sostituzione di quella incamerata.
Un'arma con caricatore della capacità di 8 colpi può quindi arrivare a spararne 10 senza dover sostituire il caricatore (1 colpo in canna e 9 nel caricatore).
Nel caso delle Beretta Serie 70 c'è però anche un'altra particolarità da considerare.
Ho chiesto la cortesia di effettuare una prova empirica ad un amico americano, collezionista di pistole Beretta, chiedendogli specificatamente di verificare se i caricatori da 10 colpi del modello 74 potevano essere utilizzati sulle pistole progettate per i caricatori a 8 colpi, come la 70S.
La risposta è purtroppo positiva.
Questo è il risultato nelle immagini che mi ha inviato:
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Il caricatore entra in sede senza alcun problema e si blocca regolarmente in posizione, sporgendo inferiormente dall'impugnatura.
L'arma funziona regolarmente e quindi anche un modello di pistola semiautomatica Beretta della Serie 70 camerata per il .22 long Rifle, nonostante sia nata con caricatore da 8 colpi, può funzionare egregiamente con uno da 10 colpi progettato per i modelli successivi della stessa serie.
Io non so se questa prova, efficace nella sua semplicità, sia mai stata eseguita prima (negli atti dei dibattimenti a mia disposizione non ne ho trovato traccia), ma il risultato è inequivocabile e si commenta da solo.
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ATTENZIONE: Ricordiamo che è illegale e severamente vietata e punita ogni alterazione che aumenti la capacità di fuoco, la portabilità e/o la letalità di un'arma, compreso quindi l'utilizzo di caricatori di capacità maggiore rispetto a quella definita in sede di catalogazione.
Con le armi non si scherza: massima prudenza, rispetto della normativa e, come sempre, don't try this at home!
Non ripetere mai i test tecnici che vengono effettuati da personale tecnicamente esperto e nel rispetto della sicurezza altrui e propria.

Immagine reperita in rete di una pistola Beretta con caricatore non corretto